Frutti strani italiani, non solo frutta esotica

Frutti strani - Foto: rifaidate.it
Frutti strani – Foto: rifaidate.it

Non c’è nulla di meglio per rinfrescarsi in Estate che un buon frutto di stagione. Ma non sempre conosciamo tutte le varietà che potremmo trovare al mercato e magari non immaginiamo neanche quali possano essere i frutti strani italiani, dato che [inlinetweet prefix=”#vegetarianesimo #frutta” tweeter=”” suffix=””]dal fruttivendolo non sempre quella inconsueta è frutta esotica[/inlinetweet].

Importati da terre lontane, o frutto di incroci naturali in agricoltura, questi frutti strani sono entrati nelle nostre abituali coltivazioni, diventando ufficialmente frutti strani italiani, quelli che tutti dovremmo imparare a conoscere per gustare la grande varietà di sapori che la natura è in grado di regalarci.

Scopriamoli insieme e proviamo ad assaggiare questi frutti strani che in Italia ormai sono coltivati tipicamente, magari in territori specifici a seconda delle esigenze di clima e di terreno.

Frutti strani italiani: l’annona (di Reggio)

Frutti strani italiani, la storia di un Paese è nella sua terra
Frutti strani italiani, la storia di un Paese è nella sua terra

L’annona (o anona) è ormai da decenni una produzione tipica di Reggio Calabria, tanto da essersi guadagnata le Denominazione Comunale di Origine (De.c.o.).

L’annona, conosciuta nel reggino anche come “u’ nona”, dovrebbe essere stata introdotta in Calabria nella prima metà dell’Ottocento, diffondendosi come coltura consociata a quella dell’agrume e poi specializzata con varietà derivanti da seme e varietà introdotte dalla Spagna. 

L’annona è una pianta arborea dall’altezza superiore ai 2 metri, con un fusto non molto sviluppato e con una chioma fitta dalle foglie larghe e appuntite. A seconda delle varietà, comincia la fase di fioritura in maggio e prosegue ad agosto, ma in alcuni casi anche fino ad ottobre.

Il peso medio dell’annona è di 210 grammi, ma può anche arrivare a quasi un chilo, con polpa morbida di colore bianco-crema, poco succosa e ricca di semi dal caratteristico colore nero.

Frutti strani italiani, la storia di un Paese è nella sua terra
Foto: ideegreen.it

Il frutto matura in pochi giorni dopo la raccolta ed è di difficile conservazione. La polpa, molto dolce e poco succosa, è ricca di vitamina C, ma soprattutto presenta un eccezionale gusto dolce ed aromatico di tipo esotico.

Il sapore è una via di mezzo tra quello della banana, della fragola, dell’ananas, con note di altri frutti tropicali.

Grazie alla sua decennale tradizione nel territorio, sono nati anche alcuni interessanti dolci a base di annona, come il gelato, il sorbetto, la marmellata, da cui vengono poi spesso realizzate anche crostate e tortine.

La curiosità derivante dalla forma così esotica di un frutto coltivato in Italia, diventa una vera passione per il suo gusto dopo il primo assaggio.

Bevi fuori dal coro, sì. Ma il chinotto è anche un agrume

Frutti strani italiani

Non tutti sanno che prima di essere imbottigliata nella più famosa bevanda dal solleticante retrogusto amarognolo, il chinotto è uno tra i frutti strani italiani che nascono sugli alberi degli agrumeti della Sicilia. È un agrume del genere Citrus, ma la sua origine non è esattamente accertata. Prevale l’opinione che si tratti di una mutazione dell’arancio amaro che col tempo si è sviluppata nella specie oggi conosciuta.

L’albero raggiunge al massimo i 3 metri di altezza e le foglie sono piccole e coriacee. Unico esempio tra le piante citrus, il chinotto è privo di spine.

I fiori sono piccole zagare bianche che crescono sia in gruppi alle estremità dei rami, sia con singoli fiori vicini allo stelo, rendendo il chinotto una pianta ornamentale davvero interessante.

I frutti, arancioni una volta maturi, sono piccoli e schiacciati con un succo molto amaro e acido. Come la maggior parte degli agrumi, anche i chinottini possono aspettare a lungo sulla pianta prima di essere colti. Pare addirittura che al chinotto spetti il primato: i frutti possono rimanere sul ramo fino a due anni.

Il nome chinotto deriverebbe direttamente dalla Cina, il Paese dal quale pare sia stata importato verso la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, da un livornese o da un savonese. Secondo altri, invece, il chinotto non sarebbe un frutto cinese, ma la pianta sarebbe originaria del Mar Mediterraneo dove si sarebbe sviluppata in seguito alla mutazione dell’arancio amaro. In questo caso il nome potrebbe significare soltanto che si tratta di un frutto “di tipo cinese”.

Fuori dall’Italia, dove è coltivato in Liguria, Toscana, Sicilia e Calabria, il chinotto è presente solo sporadicamente sulla Costa Azzurra francese.

Il Chinotto di Savona è Presidio di Slow Food e dato il rischio di estinzione della pianta, dal 2014 il Comune di Quiliano ha avviato un’operazione di piantumazione estensiva presso il Parco di San Pietro in Carpignano.

Il succo di chinotto è componente di molte bevande digestive e amari, ma la maggior parte viene impiegata per la produzione dell’omonima bevanda.

Nella top 3 dei frutti strani: le fragole-ananas o pine-berry

Foto: greenme.it
Foto: greenme.it

Anche se potrebbe sembrare una fragola ritoccata con Photoshop, la fragola-ananas ha origini molto antiche, giunta per la prima volta dal Cile nel Settecento e coltivata poi soprattutto in Francia.

Non un incrocio, ma una varietà dall’aspetto di una fragola albina e dal sapore acidulo ed esotico di ananas. Il nome originale è Pineberry (cioè pineapple=ananas + strawberry=fragola), ma in Italia questo frutto esotico arriva con la denominazione di fragole-ananas o fragole-ananasse.

Pochi anni fa un gruppo di coltivatori olandesi ha deciso di recuperare questa varietà di fragole, che pareva destinata all’estinzione e da allora è ripresa una diffusione anche in Inghilterra e da qualche tempo le piantine sono in vendita anche in Italia, non per una coltivazione intensiva, ma da tenere in vaso sul balcone, come un piccolo gioiello di biodiversità.

Foto: rifaidate.it
Frutti strani italiani – Foto: rifaidate.it

Oltre al frutto bianco costellato da puntini rossi, le foglioline della pianta di fragola-ananas sono simili nella forma e nel colore a quelle delle fragole comuni, ma le dimensioni del frutto appaiono più piccole rispetto alla varietà di colore rosso.

Un tipico (e poco conosciuto) frutto italiano: il gelso

Se cerchi frutta con la g per il tuo torneo di Nomi Cose Frutta Città, puoi cominciare ad aggiungerlo ai tuoi assi nella manica. Il gelso, sembrerebbe una frutta esotica, in realtà è presente in Europa e in Italia ormai da secoli, nelle varietà Gelso bianco (Morus alba) e Gelso nero (Morus nigra).

Foto: meteoweb.eu
Foto: meteoweb.eu

Il gelso è una pianta della famiglia delle Moracee originario dell’Asia, ma allo stato naturale è diffuso anche in Africa e in Nord America. Comprende alberi o arbusti di taglia media.

L’aspetto più interessante del gelso, oltre al suo gusto particolarmente dolce e stuzzicante (al pari di un frutto di bosco), è legato alla sua introduzione in Occidente, dato che fu scoperto da Marco Polo nel 1271 in Cina, dove l’esploratore si era recato per conoscere l’Oriente e per stabilire rapporti amichevoli con il Gran Khan.

Il nome generico Morus viene dal latino mōrus, parola mediterranea attestata anche nel greco μόρον móron[1] “mora”. La parola latina si è poi diffusa in area germanica (nell’antico alto tedesco mūrboum, in tedesco Maulbeere) e celtica insulare (gallese mwyar). La parola gelso deriva dal latino (morus) celsa  cioè ‘(moro) alto’ attestato a partire dalla prima metà XIV secolo.

In particolare, le foglie del gelso bianco sono utilizzate come alimento base per l’allevamento dei bachi da seta, mentre i frutti, commestibili, sono usati anche come aromatizzanti.

Frutti strani italiani e modi di dire: dolce come una giuggola

frutti strani italiani
Foto: mercatoagricoltura.it

La giuggiola potrebbe essere annoverata tra la frutta cinese, giunta in Italia in tempi remoti e poi trasformatasi da frutta esotica in frutto tipico italiano. .Il giuggiolo (Ziziphus jujuba), infatti, è una pianta della famiglia delle Rhamnaceae, noto anche come dattero cinese, o natsume o tsao e spesso viene utilizzato come pianta ornamentale.

Si ritiene, in realtà, che il giuggiolo sia originario dell’Africa settentrionale e della Siria e che sia stato solo in seguito esportato in Cina e in India, dove viene coltivato da oltre 4000 anni. I romani lo importarono per primi in Italia, e la chiamarono ziziphum (dal greco ζίζυφον, zízyphon).

Se colta quando non ancora matura, ossia quando è ancora verde, la giuggiola, ha un sapore simile a quello di una mela. Maturando, poi, il colore si scurisce, la buccia si fa più rugosa e il sapore diviene via via più dolce, fino ad assomigliare a quello del dattero. Le giuggiole si consumano sia fresche, appena colte dall’albero, sia quando sono leggermente essiccate.

Sebbene sia possibile trovare esemplari di giuggiolo nei climi più diversi, la pianta dà buoni frutti solo alla fine delle estati calde, ma a differenza di altre specie della stessa famiglia, è in grado di sopravvivere ad inverni freddi, con temperature fino a −15 °C e non ha particolari esigenze di terreno.

Se pensi di coltivare un giuggiolo, devi sapere che i semi della pianta sono un po’ restii a germogliare a causa dell’endocarpo molto duro e robusto, ma un sistema semplice per aggirare il problema è il taglio della punta del seme per agevolare l’ingresso dell’umidità all’interno del seme.

Frutta italiana: cosa sono le giuggiole?

L’albero che produce le giuggiole è una pianta mellifera molto visitata dalle api.

frutti strani italiani

Omero racconta nell’Odissea che Ulisse e i suoi uomini, portati fuori rotta da una tempesta, approdarono all’isola dei Lotofagi (secondo alcuni l’odierna Djerba), nel nord dell’Africa.

Alcuni dei suoi uomini, una volta sbarcati, si lasciarono tentare dal frutto magico del loto, che gli fece dimenticare mogli, famiglie e la nostalgia di casa.

È molto probabile che il loto di cui parla Omero sia proprio lo Zizyphus lotus, un giuggiolo selvatico, e che l’incantesimo dei Lotofagi non fosse provocato da narcotici ma soltanto dalla bevanda alcolica che si può preparare coi frutti del giuggiolo. Secondo Erodoto, infatti, le giuggiole potevano essere usate fermentate per produrre un vino, le cui più antiche preparazioni risalgono a Egizi e Fenici.

Una specie affine, lo Zizyphus spina-christi, è ritenuto dalla leggenda una delle due piante che servirono a preparare la corona di spine di Gesù.

Per gli antichi Romani il giuggiolo fosse il simbolo del silenzio e come tale adornasse i templi della dea Prudenza. In Romagna e in altre regioni, in molte case coloniche era coltivato adiacente alla casa, nella zona più riparata ed esposta al sole, poiché si riteneva che fosse una pianta portafortuna.

Ad Arquà Petrarca, comune del Veneto dove i giuggioli sono ancora piantati nei giardini di molte abitazioni, le giuggiole sono utilizzate per realizzare ottime confetture, sciroppi, e il famoso brodo di giuggiole, un antico liquore. L’espressione andare in brodo di giuggiole, riferita a chi manifesta grande felicità, deriva dalla bontà di questo prodotto e quindi dal piacere che ne deriva consumandolo.

Sembrerebbe un frutto esotico, ma è la natura che si trasforma: ecco il mapo

frutti strani italiani

Sono un gruppo di ibridi con caratteristiche intermedie tra il mandarancio e il pompelmo. Anche se potresti pensare che sia un frutto esotico o tropicale, il mapo è coltivato anche in Italia, in Calabria e Sicilia. L’ibrido fu ottenuto negli Stati Uniti a fine Ottocento e il più conosciuto è il Mapo, incrocio tra mandarino Avana e pompelmo Duncan, molto precoce.

I suoi frutti hanno una buccia molto sottile che resta in buona parte verde anche a piena maturazione. La polpa, giallo-arancio uniforme, ha un sapore gradevolmente acido.

Il primo a sperimentare l’incrocio pare sia stato negli anni Settanta l’agronomo siciliano Francesco Russo e da questo frutto si produce il liquore Mapo Mapo prodotto dalla Campari.

Se mangi mapo fai scorta di antiossidanti che combattono i radicali liberi, aiuti l’organismo a difendersi dai malanni di stagione, a produrre il collagene per mantenere la pelle sana ed elastica, ad assimilare ferro di cui il mapo è ricco insieme al magnesio.

Oltre al liquore l suo sapore si presta molto bene ad accompagnare insalate a base di finocchio o di radicchio, oppure come componente della vinaigrette se spremuto.

Pesche un po’ schiacciate? Frutta esotica coltivata in Italia? No, tabacchiere

frutti strani italiani
Frutti strani: pesca saturnina o tabacchiera

La pesca tabacchiera, detta anche pesca Saturnina o Saturnia, platicarpa o piatta (Prunus Persica var. Platycarpa), è una cultivar di pesca diffusa in vari continenti. Ha un contenuto in zuccheri molto più alto della comune pesca, pur avendo una dimensione decisamente più piccola.

Riconoscibile dalla sua forma tipicamente schiacciata, ha un sapore dolce e intenso, con una polpa morbida e profumataSe ne ricavano anche gelati e granite ed ha una grande versatilità in cucina. La varietà più coltivata in Italia è la Ufo 4, grazie all’opera di diffusione dell’azienda agricola marchigiana Eleuteri che ne detiene i diritti di moltiplicazione in Italia.

Nel 1869 la pesca tabacchiera venne introdotta dalla Cina negli Stati Uniti con buoni risultati di produzione, fino a diventare molto popolare negli anni novanta del Novecento.

In Italia è tradizionalmente coltivata in Sicilia, ad Adrano, Biancavilla, Bronte, Maniace, Mojo Alcantara e Roccella Valdemone. Dalla fine degli anni Ottanta si è diffusa però anche nelle Marche e viene coltivata sulle colline della vallata del fiume Chienti tra i comuni di Montecosaro e Civitanova Marche.

Frutta esotica italiana
Foto: giardinaggioonline.net

La peschicoltura si diffuse sulle pendici dell’Etna agli inizi dell’Ottocento, quando si conclusero i privilegi feudali, grazie all’approvazione della Costituzione del 1812. Fino a quel momento ai conduttori dei latifondi non era mai stata permessa la coltivazione arborea.

Con la riforma agraria del 1950, poi, le colture annuali furono sostituite da quelle perenni, cominciando a fornire produzioni tipiche come quelle delle pesche saturnine, accanto ai pistacchi di Bronte. La pesca tabacchiera si è rivelata col tempo una delle più adatte al microclima etneo, grazie ai terreni ben drenati, abbondanza d’acqua e una escursione termica caratteristica.

Da alcuni anni questo gioiello dell terra siciliana è diventata presidio Slow Food, con l’obiettivo di aiutarne la commercializzazione e preservarla dalle contaminazioni dell’agricoltura moderna.

Insomma, un altro frutto cinese che sulle pendici dell’Etna ha trovato il suo territorio ideale, diventando uno tra gli altri frutti strani italiani.

Frutti strani coltivati in Italia: il tamarindo

tamarindo e frutta esotica
Frutti strani italiani: il tamarindo

Il tamarindo, dall’arabo tamr hindī, “dattero dell’India”, è un albero tropicale originario dell’Africa Orientale, ma ora presente in aree tropicali asiatiche e dell’America Latina. È l’unica specie del genere Tamarindus.

Usi e proprietà del tamarindo, frutta esotica

Il tamarindo è utilizzato sia per l’alimentazione, che per scopi ornamentali, ma anche per le sue proprietà medicinali.

Si tratta di un albero massiccio, a crescita lenta, che può arrivare anche a 30 metri di altezza e più di sette metri di circonferenza.

Le foglie, lunghe fino a 15 centimetri, sono costituite di numerose foglioline e si richiudono durante la notte. I fiori sono poco appariscenti, gialli con strie rosse o arancioni, riuniti in infiorescenze (racemi).

L’albero produce come frutti delle specie di legumi marroni, che contengono polpa e semi duri. Lunghi generalmente 10–15 cm, leggermente incurvati, questi baccelli contengono fino a una dozzina di semi.

I frutti del tamarindo sono commestibili. La polpa dei frutti acerbi è molto aspra ed è quindi adatta a piatti di portata, mentre i frutti maturi sono più dolci e possono essere usati per dessert, bevande o spuntini.

La polpa è usata come spezia tanto nella cucina asiatica quanto in quella latino-americana, ed è un importante ingrediente della famosa salsa Worcester. Il tamarindo è un componente fondamentale della dieta dell’India Meridionale, dove è usato per preparare il Sambhar, una zuppa di lenticchie speziata, con molte verdure, il riso Pulihora ecc.

frutti strani italiani
Foto: panoramachef.it

Il tamarindo è anche consumato come dolce in Messico e sotto forma di spuntini nell’Asia sud-orientale (seccato e salato, seccato e candito, come bevanda fredda, ecc.).

In Italia è conosciuto soprattutto come sciroppo, da aggiungere al famoso gratta gratta di ghiaccio sulla spiaggia.

Il principio attivo del tamarindo (tamarindina) è utilizzato anche con scopi medici come antimicotico e antibiotico. Per esempio, nelle Filippine e nel Sudan le foglie sono state tradizionalmente usate per tisane utili a contrastare le febbri malariche. In India è usato nella medicina Ayurvedica per problemi gastrici o digestivi e contro il mal di denti. In Italia le sue proprietà erano già note ai tempi della Scuola medica salernitana, e Pietro Andrea Mattioli nel Cinquecento lo definiva utile “per far muovere il corpo”. A basse dosi regola infatti la funzione intestinale, mentre a dosi più alte ha un effetto lassativo.

Un altro tra i frutti strani – stavolta un frutto con la t – per fare strage di punti nel tuo torneo con gli amici!

Fonte: Wikipedia.it

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