L’infinito e oltre: viaggio tra note prog, letteratura romantica, arte e dolcezza

L’infinito e oltre viaggio tra note prog, letteratura romantica, arte e dolcezza
L’infinito e oltre: viaggio tra note prog, letteratura romantica, arte e dolcezza
Scopriamo insieme le connessioni tra cucina, arte, letteratura e musica nella nostra consueta rubrica KEEP C.A.L.M. con Pamela Pricci.

In campo musicale il genere che è stato in grado di esprimere al meglio la sensazione di infinito è certamente Il rock progressivo (dall’inglese progressive rock), anche noto con l’abbreviazione di prog o prog rock.

Nato dalla necessità di conferire alla musica maggiore spessore culturale e credibilità, il nome del genere indica la progressione del rock di matrice americana, ma con un livello maggiore di complessità e varietà compositiva, melodica e stilistica.

La musica progressive e le sue melodie infinite

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La principale caratteristica dei brani prog era l’utilizzo di lunghe suite musicali, a volte della durata di 20 o 30 minuti, che includevano temi musicali estesi, ambientazioni fantasy e complesse orchestrazioni e sinfonie che sembravano interminabili.

Il rock progressivo si diffuse soprattutto nella prima metà degli anni Settanta, con l’affermazione di gruppi come i Pink Floyd, i Genesis ed Emerson, Lake & Palmer; tuttavia la popolarità del genere andò via via dissolvendosi alla fine del decennio.

Un’altra particolarità era l’impiego di tempi dispari e inconsueti, ripetuti cambi di tempo, e variazioni di intensità e velocità all’interno di uno stesso brano che lasciavano spazio all’imprevedibilità.

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Anche la diffusione di strumenti elettronici innovativi, come il sintetizzatore, il moog ed il mellotron, fu una peculiarità del genere. Come non ricordare i tappeti di organo e tastiere di Richard Wright, su quali si sviluppavano gli assoli di chitarra di David Gilmour entrambi appartenenti ai Pink Floyd.

Innovazione del genere fu anche la presenza di testi molto complessi, con riferimenti a figure o opere letterarie o teatrali, o riferimenti a fatti storici, o ancora con testi di difficile comprensione e a tratti impenetrabili; altri invece non parlavano affatto del contesto sociale e politico in cui vivevano, ma ebbero come obiettivo la ricerca della bellezza escludendo dalla loro musica qualsiasi legame con la quotidianità, esplorando perlopiù mondi fantastici.

Infine, la diffusione del concept album, con un’idea di fondo, un’unità tematica e stilistica che veniva affrontata durante tutto il disco. Tra i più celebri ricordiamo: The Lamb Lies Down on Broadway dei Genesis, The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals, The Wall e The Final Cut dei Pink Floyd.

Anche in Italia nel corso degli anni Settanta si fece spazio la musica progressive, di stampo sinfonico-romantico, spesso caratterizzata da complessi intrecci di tastiere e contaminazioni con la musica classica; il tutto si concluse verso la fine degli anni Settanta, e cadde per un po’ nel dimenticatoio, per ritornare successivamente, prima come fenomeno più circoscritto e selettivo, nella forma del new progressive e poi con una più convinta rivalutazione del periodo d’oro, avvalorata da un diffuso collezionismo.

Fra le formazioni più importanti ricordiamo: la Premiata Forneria Marconi, meglio nota come PFM, il Banco del Mutuo Soccorso, i Goblin, i Pooh con l’album Parsifal nel 1973 e Le Orme.

Quest’ultimi sono un gruppo musicale di rock progressivo italiano nato appunto negli anni Sessanta come gruppo beat e rappresentano, insieme alla Premiata Forneria Marconi e al Banco del Mutuo Soccorso, l’eccellenza del progressive italiano, nonché uno dei complessi che ha riscosso significativi consensi all’estero.

Tra i loro estimati lavori c’è un concept album, L’infinito, registrato nel 2004 dove i brani si susseguono senza soluzione di continuità.

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L’infinito, dal punto di vista tematico, va oltre l’ambito terreno della coscienza umana per spingersi a quello dell’universo.

Un segnale evidente di questo desiderio d’introspezione emerge chiaramente nell’ultimo verso della “suite”: L’infinito è in me.

Mi perderò in questa Armonia,
in questa Pace che mi sta avvolgendo
tra montagne senza tempo e cieli addormentati
c’è un senso di infinito che ho conosciuto già.
Perché in questo mio Risveglio, in questa Nudità,
una lacrima si perde nell’ultima Realtà
e nel chiarore del tramonto comprendo che
l’Infinito è un’ illusione…l’Infinito è in me.

Per percepire al meglio la sensazione d’infinito, il consiglio è quello di ascoltare in religioso silenzio questi brani perché solo i sensi sono in grado di portarci altrove.

L’infinito di Leopardi: desiderio di evasione e capacità di guardare oltre i limiti

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Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Prima delle Orme e della progressive music ci aveva già provato Leopardi nel 1818 con questo splendido idillio tra i più famosi della letteratura italiana.

Attraverso endecasillabi sciolti, l’uso dell’enjambement (figura retorica che consiste nell’alterazione tra l’unità del verso e l’unità sintattica), ma soprattutto grazie ad un processo di straniamento, il poeta supera il limite fisico della siepe, liberando la fantasia e i sensi; nel pensiero immagina spazi sterminati e silenzi che vanno al di là della dimensione umana tanto da emozionare il suo animo sensibile.

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Oltre all’enfasi data al tema dell’infinito, Leopardi consente anche al lettore di guardare e lasciarsi trasportare oltre, facendo ricorso all’uso di assonanze e allitterazioni e ci sembra quasi di sentirle le fronde che si muovono per l’effetto del vento, per poi avvertire alla fine quell’eterea sensazione di infinito e d’immensità come un dolce abbandono nelle acque del mare.

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Michelangelo Buonarroti: l’infinito dato dal non finito

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L’artista toscano visse tra il 1475 e il 1564 in pieno Rinascimento e ne fu, senza ombra di dubbio, la punta di diamante; se già Leonardo da Vinci era ritenuto dai contemporanei dell’epoca “divino”, secondo l’illustre parere del Vasari, con Michelangelo si aprì la cosiddetta terza maniera perché più che divino fu considerato “divinissimo”:

Il benignissimo Rettore del Cielo volse clemente gli occhi alla terra,
e veduta la vana infinità di tante fatiche, gli ardentissimi studi senza alcun frutto…
per cavarci di tanti errori, si dispose mandare in terra uno spirito, che universalmente,
in ciascheduna arte ed in ogni professione fosse abile, operando per sé solo a mostrare
che cosa sia la perfezione dell’arte…per dare rilievo alle cose della pittura, e con retto giudizio operare nella scultura…

(G. Vasari, Le Vite ecc., 1568, ed. Milanesi, VII, pp. 135- 136)

E fu proprio così, perché Buonarroti eccelse in tutte le forme d’arte: pittura, scultura, disegno e architettura, dedicandosi con veemenza, passione e infinita grandezza.

Ma ciò che in questo momento ci interessa più da vicino, oltre alle celebri opere come la volta della Cappella Sistina, il Giudizio Universale, la Pietà, il David, o Piazza del Campidoglio, è la serie del non finito michelangiolesco.

L’aggettivo Infinito deriva dal latino in-finitum: ovvero ciò che è senza fine, illimitato; ma anche non-finito, incompiuto. Sfaccettature diverse di un termine ambiguo ma anche affascinante che mette in gioco le categorie spazio e tempo.

Ed è proprio questa ambiguità che venne fuori da questa incredibile serie di sculture che hanno in sé, contrariamente all’apparenza, un preciso significato.

Era un momento di lavoro intenso per il trentenne Michelangelo, quando su commissione cominciò a realizzare per il duomo di Firenze il primo dei dodici apostoli, San Matteo; il complesso marmoreo non fu mai portato a termine, rimase incompiuto, non finito: ma lo era per davvero?

In realtà sono la prova secondo la quale le statue prendevano forma liberandole dalla materia, il blocco sbozzato lasciava intravedere l’immagine che l’artista avrebbe tirato fuori ma più di ogni cosa rivelavano che l’idea compiuta era irraggiungibile, perché infinita ed eterna; l’uomo aveva come unica chance quella di lottare per tendere a quell’obiettivo ma allo stesso tempo consapevole dell’impossibilità, per lui umano e quindi finito, di raggiungere una meta infinita.

Ma non è tutto, il “non finito” privava la statua di quella perfezione raggiunta in opere precedenti, tuttavia il messaggio che l’artista voleva comunicare era che, essendo incompiuto, aveva infinite possibilità di soluzione che persino lo spettatore, non più passivo, poteva trovare e scorgere.

E con questo si torna proprio alla teoria michelangiolesca secondo la quale dentro ogni blocco di marmo vi erano infine forme: tutto ciò è visibile con chiarezza, in tutte le statue appartenenti a questa serie, l’uomo tenta di liberarsi e svincolarsi alla ricerca di se stesso e di dare un senso alla propria vita senza tuttavia riuscirci.

Infinita dolcezza di un dolce eterno nel tempo e nel gusto: il Tiramisù

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Nacque a Treviso nel 1970 inizialmente come una sorta di zabaione, lo sbatudin.

È un dolce talmente buono che è come se ci fosse da sempre, fa parte di noi e non a caso è il dolce italiano per eccellenza. Ma precisamente dove e quando nacque il Tiramisù? E qual è la sua ricetta originale?

Il Tiramisù si potrebbe chiamare in realtà “tirame sù”, visto che il dolce nacque a Treviso. Tutto iniziò con lo “sbatudin”, dolce povero ed energetico a base di tuorlo d’uovo montato con lo zucchero, realizzato per i bambini, gli anziani e i convalescenti.

Sul finire degli anni Sessanta, l’attore, regista e gastronomo Giuseppe Maffioli pubblica un libro dal titolo, La cucina trevigiana, in cui descrive l’usanza dei veneti di mangiare lo zabaione con la panna montata e dei biscotti secchi detti baicoli.

Ma il tiramisù, come lo conosciamo oggi, vide la luce nel 1970, come scrisse lo stesso Maffioli su Vin Veneto (rivista da lui fondata).

È nato recentemente, poco più di due lustri or sono, un dessert nella città di Treviso, il ‘Tiramesù‘, che fu proposto per la prima volta nel ristorante Alle Beccherie da un certo cuoco pasticcere di nome Loly Linguanotto che, guarda caso, giungeva da recenti esperienze di lavoro in Germania.

Il dolce e il suo nome Tiramisù divennero così famosi che si cercò di riprodurlo, con assoluta fedeltà o con qualche variante, non solo nei ristoranti di Treviso e provincia, ma anche in tutto il Veneto e in tutta Italia.

Ricetta originale

Gli ingredienti sono: mascarpone, uova, zucchero, savoiardi, caffè e cacao in polvere.

Occorre montare tuorli d’uovo e zucchero, poi aggiungere il mascarpone e gli albumi d’uovo montati. Si inzuppano i savoiardi nel caffè e si alternano con gli strati di crema di uova e mascarpone, spolverando alla fine con il cacao.

Passo importante è la crema che deve rimanere morbida e abbondante, senza essere assorbita del tutto dai savoiardi.

Nella ricetta classica non vi sono né i liquori, né il cioccolato all’interno degli strati ma, se proprio si preferisce aggiungere il liquore, il più idoneo è il Marsala.

Dal 1870 ai giorni nostri il tiramisù ne ha percorsa di strada ed è ancora oggi uno dei grandi classici della cucina nostrana. Le rivisitazioni sono diverse e tutte gustose: oltre a liquore e cioccolato, vi sono quelle col pan di Spagna, con i pavesini, alle fragole, al limoncello, allo yogurt… ma il vero Tiramisù, diciamocela tutta, è davvero insuperabile e infinitamente buono!

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