Livia Ferri percorre le tappe del suo nuovo album [INTERVISTA]

Livia Ferri percorre le tappe del suo nuovo album (2)

Il nuovo album di Livia Ferri è precisamente quello che dice di essere: A Path made by Walking, un percorso intrapreso camminando, passo dopo passo. La cantautrice lo sta rivelando al pubblico in modo originale, con otto canzoni pubblicate a distanza di 45 giorni l’una dall’altra, nell’arco di tempo che va da gennaio a novembre di questo 2015.

Il nuovo lavoro, il cui nome è ispirato da un verso di Antonio Machado, rappresenta il giorno dopo rispetto ai due anni dolorosi di Taking Care, uscito nel 2012.

Il suo folk rock è immediato e intimo, con venature blues rock e tendenza a sperimentare, traendo ispirazione anche da artisti come Feist e Bjork.

È possibile apprezzare le raffigurazioni prodotte da Martha Ter Horst per illustrare ciascuno dei brani, e realizzate con la tecnica 1Line: si tratta di disegni a penna prodotti con un unico tratto continuo. L’album è stato prodotto grazie a una campagna di crowdfunding, ed è disponibile su Spotify, Deezer e iTunes; in vinile durante i concerti o in preorder dal sito della BUM!

Scopriamo un po’ del mondo interiore di Livia nell’intervista per Pinguino Mag.

 

L’idea di pubblicare man mano i brani di un album è piuttosto inconsueta e da quanto sul sito web, sembra che possano anche rappresentare un tuo percorso. Si è svolto in questo ordine preciso?

Sì, abbiamo fatto una scelta importante, sia dal punto di vista promozionale che concettuale. Come hai già intuito, l’ordine in cui verranno pubblicati i brani, che è lo stesso ordine della tracklist del disco, segue un mio andamento interiore, un movimento che parte dal pozzo di uno dei momenti più negativi della mia vita, passa per la lotta con me stessa e contro dinamiche intime e antiche che ho cercato e cerco ancora di scardinare per arrivare ad una nuova consapevolezza e conoscenza di me, che mi ha portato a vivere una nuova vita, forse la prima vera svolta interiore nella mia vita adulta.

Non è l’ordine cronologico di scrittura e composizione dei pezzi ma si avvicina molto.

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Quelli finora usciti per A Path made by Walking, anche se non necessariamente tristi, sembrano tutti brani nati per far pensare, in un modo o nell’altro.

Credo che esistano vari motivi e impulsi che possono spingere a creare qualcosa, qualsiasi cosa. Probabilmente la prima spinta è quella personale di chi scrive e all’inizio, in un primissimo momento, si scrive per se stessi e va bene così.

[inlinetweet prefix=”” tweeter=”” suffix=”null”]Si scrive per esprimersi, per prendere consapevolezza, per riuscire a dire qualcosa che non si riesce a dire altrimenti con la stessa importanza e potenza[/inlinetweet].

Poi arriva il momento di condividere la creatura ed è una cosa interessantissima e piena di sorprese ed emozioni.

Credo che più che far ‘pensare’ mi piacerebbe poter dire che questi pezzi siano nati per far emozionare, per ritrovarsi in un mondo estraneo ma in realtà proprio. Condividere esperienze ed il proprio mondo interiore con il mio. Ecco, spero che siano brani in grado di ‘muovere’ e smuovere le persone.

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Il tuo approccio live è più un bisogno di immediatezza o di contatto diretto col pubblico?

Eh, domanda difficile! Forse l’una include l’altra: se c’è immediatezza c’è anche contatto, credo siano due aspetti inscindibili.

Cerco entrambe le cose, cerco di esprimere quello che la canzone significa per me, ma cerco di farlo sul momento, passando per le emozioni di quel preciso istante, quando ovviamente il pezzo è stato scritto tempo fa.

E [inlinetweet prefix=”null” tweeter=”null” suffix=”null”]in questa ricerca c’è inevitabilmente il cercare un contatto, un filo tra me e le persone che mi ascoltano[/inlinetweet].

Livia Ferri percorre le tappe del suo nuovo album

Nei tuoi lavori si trovano disegni con tecniche particolari, pittura facciale, ed altro ancora, quasi a riflettere la volontà di aggiungere un’ulteriore dimensione di creatività e multimedialità. È così?

Quando c’è occasione di farlo [inlinetweet prefix=”null” tweeter=”null” suffix=”null”]mi piace mischiare le carte![/inlinetweet] Ci sono artisti che lo fanno anche durante i live, ma in quelle vesti per ora mi piace la nudità, l’essenzialità: chissà il futuro cosa ci porterà!

Quando invece si tratta di pensare all’artwork del disco, a un videoclip, o ad altri tipi di rappresentazioni di un brano mi interessa molto lavorare su piani diversi cercando di coinvolgere persone e arti diverse, lo trovo molto stimolante e nutriente.

La tua anima internazionale sembra una propensione, più che una scelta a tavolino. O mi inganno?

No, non ti inganni! Ho sempre ascoltato musica cantata in lingua inglese e piano piano mi sono lasciata permeare dalle metriche e dal suono di questa lingua. Lavorandoci ho scoperto la sua versatilità, il minimalismo insito e col tempo scopro che è vero anche il contrario: può essere anche una lingua molto ricca, dipende ovviamente da che Inglese usi.

In ogni caso hai colto nel segno, non è una scelta a tavolino. Mi sto affacciando alla scrittura in italiano ma sto trovando non poche difficoltà, un po’ nel rompere un’abitudine, un po’ nel confermare che l’italiano è molto meno versatile, metricamente parlando, mentre credo sia più ricco di immagini con un forte potere evocativo. Molto difficile però da usare, non ho ancora raggiunto un risultato che mi soddisfi…

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Cosa vorresti lasciare “in eredità” con la musica?

Domanda a cui è molto difficile trovare una risposta… [inlinetweet prefix=”null” tweeter=”null” suffix=”null”]Forse spero semplicemente di lasciare emozioni[/inlinetweet].

Emozioni che possano risuonare in altre persone, in altre emozioni, in altri corpi. Mi sembra già un obiettivo ambizioso! Riuscire in questo mi riempirebbe di gioia.

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