Rischio idrogeologico, l’Italia che frana [PARTE 1]

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I cambiamenti climatici, tuttora in atto, che stanno interessando l’intero pianeta hanno contribuito in modo rilevante ad accendere l’attenzione sui rischi e dissesti idrogeologici, in particolare per l’Italia.
Questi rappresentano per il Paese un problema di notevole rilevanza, sia per i danni arrecati ai beni che per la perdita di moltissime vite umane.
Ma quali sono le cause, i disastri provocati e cosa è possibile fare per prevenirli?

Definizione di dissesto e rischio idrogeologico

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L’enciclopedia Treccani definisce il dissesto idrogeologico come la “degradazione ambientale dovuta principalmente all’attività erosiva delle acque superficiali, in contesti geologici naturalmente predisposti (rocce scarsamente coerenti), o intensamente denudati per la distruzione del ricoprimento boschivo“.

Il rischio idrogeologico, invece, è il termine con il quale si designa “il rischio connesso all’instabilità dei pendii, dovuta a particolare conformazione geologica e geomorfologica di questi, o di corsi fluviali in conseguenza di particolari condizioni ambientali, meteorologiche e climatiche che coinvolgono le acque piovane e il loro ciclo idrologico una volta cadute al suolo, con possibili conseguenze sull’incolumità della popolazione e sulla sicurezza di servizi e attività su un dato territorio“.

Diffusione e cause

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La Protezione Civile, sul proprio sito dedica ampio spazio al rischio idrogeologico. In Italia è diffuso in modo capillare su tutto il territorio, mostrandosi in modo differente a seconda dell’assetto geomorfologico del territorio: frane, esondazioni e dissesti morfologici di carattere torrentizio, trasporto di massa lungo le conoidi nelle zone montane e collinari, esondazioni e sprofondamenti nelle zone collinari e di pianura.
L’Italia è particolarmente predisposta proprio grazie alla conformazione geologica e geomorfologica, caratterizzata da un’orografia giovane e da rilievi in via di sollevamento.

Oltre alle cause naturali, non bisogna dimenticare che l’Italia, nell’ultimo secolo e soprattutto negli ultimi anni, è stata oggetto di una cementificazione selvaggia con progressiva aggressione e cancellazione del suolo e a un’insensato disboscamento.
Infatti le azioni dell’uomo, volte alle continue modifiche del territorio, hanno incrementato sia la possibilità di un effettivo verificarsi dei fenomeni che la presenza di beni e persone in zone dove tali eventi erano possibili e che si sono, ovviamente, manifestati, con effetti spesso e volentieri catastrofici.

Abusivismo edilizio, disboscamento, pratiche agricole non rispettose dell’ambiente, apertura di cave di prestito, occupazione di zone fluviali, estrazione di acqua e gas dal sottosuolo, mancata manutenzione dei versanti e corsi d’acqua hanno aggravato il dissesto, considerando che il terreno italiano è già fragile all’origine.

Un po’ di numeri

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I dati riportati dall’Atlante dei Piccoli Comuni sono a dir poco allarmanti.
Il 68,9%, ossia 5.581, dei comuni italiani sono ad alto rischio idrogeologico, mentre sono 21.551 i chilometri quadri del nostro Paese considerati aree a rischio idrogeologico. Queste sono suddivise in:
– 13.760 chilometri quadrati di territorio a rischio frana
– 7.791 chilometri quadrati di territorio a rischio alluvione.

Entrando nel dettaglio, le regioni della Campania, Calabria, Piemonte, Sicilia e Liguria vivono in uno stato di alto rischio idrogeologico (soprattutto eventi franosi) o addirittura sono già interessati da dissesti idrogeologici. L’ANBI (Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni) include in questo elenco anche l’Emilia Romagna, con addirittura 3.217 km2 di zone vulnerabili.

Cementificazione

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Un dossier stilato dal Fondo Ambiente Italiano e WWF, Terra rubata, viaggio nell’Italia che scompare, riporta dati che sono davvero catastrofici.
Ogni giorno, in Italia, 75 ettari sono a rischio cementificazione. Con l’andamento attuale, nei prossimi 20 anni, la superficie di terra occupata dalle aree urbane crescerà di circa 600.000 ettari, ovvero 6.400 chilometri quadrati consumati ogni giorno.
Questo rapporto si basa su un progetto di ricerca condotto in 11 regioni dall’Università dell’Aquila, in collaborazione con il WWF Italia, Università Bocconi di Milano, Osservatorio per la Biodiversità, il Passaggio Rurale e il Progetto sostenibile della Regione Umbria.

Le regioni scelte rappresentano il 44% del suolo italiano e si è potuto osservare che, negli ultimi 50 anni, l’area urbana si è moltiplicata di 3,5 volte, crescendo di 600.000 ettari l’anno, sottraendo all’agricoltura e all’ambiente 33 ettari al giorno, ovvero 366,65 mq a persona, con valori medi d’incremento del 300% e in alcuni casi del 1.100 %.
L’abusivismo edilizio è tra i fenomeni a cui addebitare il consumo del suolo. Dal 1948 a oggi ci sono stati 4,5 milioni di abusi edilizi, ovvero 75.000 l’anno e 207 al giorno.
Come se non bastasse, la tendenza non è mai rivolta alla bonificazione e alla restaurazione degli edifici già esistenti ma, purtroppo, alla costruzione di nuovi.

Bisogna aggiungere a questi fenomeni anche la creazione delle cave per l’estrazione di argilla, calcare, gessi, pietre ornamentali e inerti. Nel 2006 sono state estratti inerti per un totale di 375 milioni di tonnellate. Per quanto riguarda argilla, calcare, gessi e pietre ornamentali si sono estratti 320 milioni di tonnellate di materiale.

Tutto ciò aumenta il rischio di desertificazione.

Disboscamento

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Il disboscamento consiste nell’eliminazione della vegetazione arborea in un’area boschiva o forestale. Seppur considerato ed usato nell’accezione negativa del termine, il disboscamento può avvenire anche per scopi nobili, quando è atto alla salvaguardia della vegetazione col taglio di piante malate, vecchie, secche o bruciate, oppure per ricavarne legname garantendo comunque la rigenerazione e la conservazione della vegetazione.

Nel dettaglio, si parla di deforestazione, quindi con accezione negativa, quando il disboscamento è lungo e duraturo per motivi commerciali o per la coltivazione.

C’è da dire che le foreste e i boschi non sono tutti uguali dal punto di vista ambientale. Infatti esistono foreste giovani, secolari, naturali, pluviali e così via.
Si tratta di una pratica molto antica, che serviva in passato anche per ottenere legna da ardere per il riscaldamento domestico, oltre che materiali da costruzione o terreni da destinare al pascolo, agricoltura o all’espansione urbana.

Nelle aree tropicali si usa il metodo “taglia e brucia“, cioè gli alberi vengono abbattuti e poi si incendia il sottobosco restante. La cenere che si depositerà sul terreno e lo fertilizzerà.
C’è da dire che questa pratica è davvero dannosa per l’ambiente, in quanto la cenere fertilizza il terreno per poco tempo, quindi sarà necessario abbattere altri ettari di bosco per ottenere altre aree coltivabili. Inoltre, danneggia fauna e flora locale, e il fuoco spesso e volentieri sfugge al controllo, creando danni ancor più gravi.

Il ruolo delle piante verdi, o in generale delle piante, nell’equilibrio biologico della terra è importantissimo. Infatti,sono queste ad aiutare a mantenere stabile la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. La deforestazione e l’utilizzo di combustibili fossili stanno causando un aumento di CO2, che provoca di conseguenza l’effetto serra e il riscaldamento globale.

Nel dettaglio, la deforestazione causa:
– perdita della biodiversità
– diminuzione di irraggiamento solare, assorbimento di anidrite carbonica e rilascio di ossigeno
– effetto serra
– desertificazione nei territori secchi
– erosione, frane e smottamenti nei territori piovosi e collinari
– inquinamento degli ecosistemi acquatici
– sottrazione di risorse.

Per quanto riguarda il rischio idrogeologico, gli alberi svolgono una importante funzione di mantenimento del terreno. L’eccessivo abbattimento degli alberi aumenta il rischio delle frane, delle alluvioni e degli smottamenti del terreno. Anche la distruzione di pochi alberi, o di un piccolo bosco, modifica radicalmente l’equilibro naturale delle cose.

LEGGI ANCHE: Dissesto idrogeologico in Italia: casi eccellenti e prevenzione [PARTE 2]

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