Spotify e lo streaming musicale: cosa sta cambiando?

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Una battaglia di iPod. Foto di Maxime Felder, da Wikipedia

 

Nell’ultimo decennio il mercato dei contenuti musicali ha vissuto una transizione che lo ha modificato profondamente, decretando la crisi dei supporti fisici e l’emergere prepotente del digitale, sia sotto forma di download che di servizi come Spotify e lo streaming musicale in genere (Napster, Pandora, Deezer, Last.fm, YouTube).

Una prima ondata di cambiamenti è stata caratterizzata dal file sharing pirata, la seconda c’è stata con l’introduzione dell’Apple Store e degli iPod, nel 2001; la terza è quella che viviamo a partire dall’espansione dello streaming. Questa transizione ha danneggiato alcune imprese e ha visto invece la nascita di altre, la cui redditività non è però sempre positiva; ha favorito taluni artisti che sono emersi grazie alle nuove opportunità e ha danneggiato altri, alcuni dei quali si sono in diversi modi ribellati nel corso degli anni.

Il tentativo di creare un modello di business nel settore

Spotify e lo streaming musicale
FirmBee / Pixabay

Un aspetto del problema risiede nel modello di business di molte di queste imprese: pur riuscendo a conquistare quote sempre maggiori di utenza, la redditività si è spesso rivelata negativa, come nel caso di Spotify. Al contempo, le royalty pagate agli artisti sono sembrate irrisorie, anche nel caso di nomi importanti. La diminuzione delle entrate da supporti fisici (ad esempio, CD e DVD) non ha infatti ricevuto negli anni un adeguato controbilanciamento da parte dell’incremento delle vendite digitali, e quanto è rimasto pare diviso in modo ineguale.

Qualcosa sta cambiando, però: per Spotify le entrate sono comunque aumentate in modo considerevole e le perdite, pur aumentando, sono in una percentuale decrescente rispetto alle prime; tuttavia nel Regno Unito come in Francia l’azienda è riuscita a fare profitti. L’azienda svedese sta pure firmando accordi (ad esempio quello con Vodafone), per cui il servizio di streaming viene ad essere gratuito per l’utente che sottoscrive un determinato contratto con il provider, risultando il primo incluso nel prezzo del secondo.

Qualcosa del genere l’avevano già fatta i francesi di Deezer nel 2010, con un accordo con Orange. La politica delle partnership è stata portata avanti con convinzione negli ultimi anni da questa azienda, che si è espansa in un gran numero di mercati emergenti come il Brasile o quelli dell’Africa, dell’Asia, del Medio Oriente.

Spotify e lo streaming musicale, questione di sostenibilità

Spotify e lo streaming musicale cosa sta cambiando
Daniel Ek, CEO di Spotify. Foto di Patrik Ragnarsson, da Wikipedia

 

D’altra parte, Roger Entner di Recon Analytics ha calcolato che la sostenibilità di questo genere di servizi la si otterrà al raggiungimento dei dieci milioni di utenti. La cifra è stata raggiunta da Spotify già nel 2010 (al momento gli utenti sono oltre 15 milioni), e  anche a detta del CEO Daniel Ek non si tratta di un problema di soglia, anche se la dimensione aiuta di certo ad essere riconosciuti come partner dall’industria musicale.

Soprattutto, Internet è in perenne cambiamento anche dal punto di vista dell’efficienza, ed è sempre più facile comprendere precisamente quali brani siano maggiormente ascoltati. Cosa succederà di preciso nel futuro, e se si riuscirà a raggiungere un equilibrio e dei modelli di business accettabili e sostenibili nel lungo periodo, è difficile dirlo.

D’altra parte, è possibile osservare una differenziazione di comportamenti e strategie nella concorrenza, che non sta certo a guardare: Pandora (altro servizio di streaming operativo negli Stati Uniti, in Australia e Nuova Zelanda) lancerà l’opzione del pass giornaliero per ascoltare musica senza pubblicità, mentre il nuovo servizio musicale di Apple non offrirà un piano gratuito, ma solo un periodo di prova e un piano a pagamento.

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