Perché gli umanisti hanno ancora un futuro (soprattutto in Italia)

Perché gli umanisti hanno ancora un futuro (sopratutto in Italia)

Ministri, ingegneri, professoroni e professorotti, politici, benpensanti e malpensanti, dovranno ricredersi e dovranno farlo presto. [inlinetweet prefix=”#lavoro #futuro” tweeter=”” suffix=””]Gli umanisti serviranno ancora[/inlinetweet], non solo per il loro ruolo sociale, educativo, antropologico, ma anche come esperti di alcuni settori web che un ingegnere informatico non sarebbe mai in grado di gestire e sviluppare senza il supporto dei tanto bistrattati esperti di discipline umanistiche.

Non parlo solo delle splendide e impeccabili social media manager dell’Accademia della Crusca. Parlo di programmazione in senso stretto, di Intelligenza Artificiale e di linguaggi artificiali.

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Gli appelli razionalisti sulla necessità di investire le nostre risorse in materie utili, come ingegneria, medicina ed economia, finiscono oggi col ridursi a cliché riduzionisti: chi si dedica a studi umanistici può finire al massimo per diventare un insegnante di liceo (e attenti a non sminuire questa nobile professione!) o per infoltire le file di disoccupati davanti ai centri per l’impiego.

Dall’autocritica al dialogo: il nuovo ruolo degli umanisti

Perché gli umanisti hanno ancora un futuro (sopratutto in Italia)

Qualche tempo fa Juan Luis Suarez, professore presso la University of Western Ontario, ha affermato durante una conferenza a Media Lab Prado una profonda rivalutazione del significato degli umanisti in questo secolo. E il futuro, anche se difficile da vedere, è incoraggiante.

Anche una società come Google ha capito “che non può impiegare tutti i suoi sforzi esclusivamente negli ingegneri. Ha bisogno anche della parte sociale, per imparare l’empatia, l’emozione e la cultura in un mondo globale”.

Il Professor Suarez, avanzava quattro anni fa anche l’idea di una necessità di autocritica da parte degli studiosi: “Non siamo riusciti a comunicare il nostro valore per la società negli ultimi anni. Abbiamo vissuto in una torre d’avorio, con un eccesso di teoria e uno scarso perseguimento del profitto”.

Umanisti 2.0, un nuovo profilo lavorativo

Perché gli umanisti hanno ancora un futuro (sopratutto in Italia)

Il nuovo profilo di umanista deve avere più competenze di programmazione, essere più disposto a collaborare e sperimentare con strumenti digitali. Essere in grado di lavorare con i dati. Essere capace di raccogliere informazioni culturali e saperle connettere tra loro. Una necessità di alfabetizzazione digitale, dunque, in questo settore, che in Italia passa anche dalle nuove figure chiamate a dirigere luoghi chiave per la cultura come i Musei Nazionali.

Le grandi operazioni di digitalizzazione di risorse librarie non sono estranee a bibliotecari e filologi. La creazione di database e community per la connessione delle conoscenze sono familiari da tempo per archeologi che operano in ogni angolo del mondo. Ma anche la SEO, tra parole chiave, long tail e studio dei criteri di ricerca, non può prescindere da un attenta conoscenza della lingua, così come dei suoi errori.

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La banda larga e gli investimenti in startup innovative non possono che essere gli strumenti per avviarsi verso una nuova era che gli umanisti, con la flessibilità cognitiva e l’apertura mentale che ontologicamente li caratterizza, dovranno essere in grado di cogliere.

In un Paese che ancora non riesce a valorizzare e tutelare il proprio enorme tesoro artistico e culturale, [inlinetweet prefix=”#lavorodelfuturo” tweeter=”” suffix=””]è necessario liberare i filosofi dai pensatoi in cui sono stati rinchiusi per troppo tempo[/inlinetweet]: diamogli voce e traiamo visioni, per il mondo, per noi, per il futuro. Per noi nel mondo del futuro.

 

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