L’ anno di Facebook, le polemiche e la vita sui social

L’ anno di Facebook, le polemiche e la vita sui social

Ci sono assenze silenziose, che ci portiamo dentro ogni giorno e che riemergono proprio quando meno te lo aspetti, con una sorta di effetto madeleine, ma in negativo. Sono in una camicia a quadri o nell’odore di un’auto nuova, in una voce che ci risuona in testa e che ci fa sobbalzare, nella mano passata sulla lana del maglione in un negozio.
E in quei momenti, forse, per quanto dolorosi, ritroviamo un contatto con la nostra memoria e quell’assenza si materializza improvvisamente in presenza. Allora l’emozione ha il sapore dolce-amaro della consapevolezza e del ricordo.

Poi ci sono volte in cui la stessa assenza ci viene messa sotto gli occhi in maniera forzata, quasi aggressiva, sicuramente invadente. Anche se non è quello il momento per ricordare, perché diventa solo uno scontro a muso duro con la realtà, il colpo arriva. Ben piazzato, lì sotto il tuo naso.

L’anno di Facebook e il caso di Eric Meyer

Il caso di Eric Meyer e dell’anno di Facebook propone in realtà un tema delicato e apre nuove osservazioni e punti di vista sull’uso dei social network.

L’ anno di Facebook, le polemiche e la vita sui social

Il web designer americano ha sentitamente pubblicato un post di protesta verso l’algoritmo di Facebook che quest’anno ha proposto sulle bacheche di tutti gli utenti un album creato automaticamente per ricordare i momenti più belli dell’anno che sta per terminare, l’anno “meraviglioso” su Facebook. La posizione di Meyer è semplice e chiara: avendo da poco perso la sua bimba di appena sei anni per un tumore, avrebbe voluto che i programmatori di Facebook nel creare la funzionalità avessero pensato per lo meno a delle opzioni per selezionare le immagini da utilizzare nell’album.

E giornali e blog di tutto il mondo, giù a diffondere la notizia con titoloni come “Polemiche su Facebook”, “Tempesta per Facebook”, senza tenere forse in conto dei toni assolutamente pacati del designer.

È giusto essere sempre connessi?

La sua è certamente una esperienza personale che in tanti avremmo potuto condividere, ma apre soprattutto a una serie di interrogativi sull’uso dei social che tutti, individualmente e collettivamente facciamo. Dai casi estremi di bullismo e addirittura istigazione al suicido, all’iper connettività che caratterizza questa società e ci porta a pubblicare continuamente, quasi ossessivamente, ogni istante della nostra esistenza, è giusto utilizzare i social network in questo modo? È corretto sottoporre con leggerezza i nostri momenti privati di gioia, dolore, frustrazione, eccitazione alla vista e al giudizio di migliaia di altri utenti? E all’estremo opposto, è giusto nascondere completamente la nostra vita privata su Facebook e utilizzarlo solo ed esclusivamente come uno strumento di lavoro?

Negli ultimi due anni almeno, si sono susseguiti video e post su questo tema, ovviamente nessuno risolutivo della questione, perché, in fondo, credo che i social rispecchino il modo in cui viviamo.

Vita reale e vita virtuale si sovrappongono e giustamente si compensano a volte. Perché non dimentichiamo il valore terapeutico che può avere per alcune persone, magari depresse e sole, il contatto umano che il web permette, in maniera forse filtrata e per questo “protetta”. Ho visto gruppi di Facebook, divenire un sostegno reale per persone in difficoltà ed amicizie virtuali trasformarsi in rapporti veri.

Allo stesso modo, come nella vita reale anche il dolore può tornare all’improvviso, quando meno te lo aspetti, se affidiamo pensieri, immagini, emozioni ai social, è probabile che questi torneranno a ricordarci di loro.

 

E il problema, forse, è ancora più profondo e legato all’umanità di cui abbiamo voluto dotare queste macchine, costruendole in modo che fossero in grado di conservare i nostri pensieri, le nostre immagini, le nostre emozioni. Perché se la memoria umana sta sempre più diventando volatile e temporanea, fino ad arrivare agli estremi del negazionismo, che tenta di rendere evanescente non solo la memoria individuale, ma perfino quella collettiva, la memoria dei computer, grazie ai quali i social network funzionano, è invece materiale, potenzialmente permanente.

E così, quel pensiero, quell’immagine, quell’emozione, quel momento è lì fissato e scritto, come fosse una pagina del diario della nostra vita, che mai potrebbe essere stato tanto aggiornato e pubblico, se i social network non fossero esistiti.

Eppure, non sono Facebook, Twitter, Instagram e Pinterest a cambiare il nostro modo di essere uomini, siamo solo diventati, forse, un po’ più trasparenti, più esposti al mondo e per questo, probabilmente, più fragili.

 

“Abbiamo fame di tenerezza,
in un mondo dove tutto abbonda
siamo poveri di questo sentimento
che è come una carezza…
Per il nostro cuore
abbiamo bisogno di questi piccoli gesti
che ci fanno stare bene,
la tenerezza
è un amore disinteressato e generoso,
che non chiede nient’altro
che essere compreso e apprezzato”.

Alda Merini

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