Dissesto idrogeologico in Italia: casi eccellenti e prevenzione [PARTE 2]

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Dopo aver cominciato ad analizzare il problema del dissesto idrogeologico in Italia, prendendone in esame le cause e i numeri, approfondiamo i casi più tragicamente noti degli ultimi anni e le possibili attività di prevenzione attuabili nel breve e nel lungo periodo.

Alluvione di Genova dell’ottobre 2014

Tra i casi più tristemente noti di dissesto idrogeologico in Italia, torna immediatamente alla mente l’ennesima alluvione verificatosi nell’ottobre dello scorso anno sulla già martoriata Genova, provocato da una stretta linea di convergenza delle correnti umide sciroccali che si sono addensate proprio sulla Liguria.

Gli esperti sono concordi che si sia trattato di temporali autorigeneranti, ovvero che tendono a insistere nella stessa zona per un lungo periodo di tempo, alimentati per effetto della convergenza di masse d’aria diverse.
In una sola giornata caddero oltre 300 mm di pioggia, ovvero il 25% di quanto cade mediamente in un anno.

In un’alluvione precedente, quella del 4 novembre 2011, un esponente politico locale aveva scritto su Facebook che “le cause della tragedia sono da ricercarsi nei comportamenti del Governo Berlusconi che, a suo dire, aveva dimezzato i fondi per la protezione del territorio e negava l’esistenza dei cambiamenti climatici”.

Addebitare la totale sciagura ai cambiamenti climatici può essere fuorviante. Nel 2011 il sindaco Marta Vincenzi affermò che “ciò che è accaduto in un quarto d’ora tra le 12 e le 12.17 è il risultato di una pioggia intensa monsonica, uno tsunami”. Ci fu uno scaricabarile tra Comune e Regione, e molti commentatori, anche autorevoli, addebitavano tra le cause i cambiamenti climatici.

In realtà le motivazioni sono anche altre. La speculazione edilizia degli anni ’60 portò a costruire in zone ad alto rischio, ad esempio la collina di Quezzi. Inoltre, da aggiungere la mancata pulizia dei torrenti e l’assenza di manutenzione urbana.
La speculazione edilizia di quell’epoca, in pieno boom economico, ha portato allo stravolgimento del litorale e in ambito urbano si è arrivati ai quartieri di edilizia residenziale pubblica situati sulle colline, con lo sviluppo selvaggio a condomini.
Nonostante l’alluvione del 1970, che fece emergere le contraddizioni di uno sviluppo urbano tumultuoso e disordinato, ci fu uno sviluppo straordinario e si arrivò a costruire ovunque, sugli argini dei torrenti e in terreni scoscesi e franosi.

Alluvione sul Gargano del settembre 2014

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Nei primi giorni di settembre dello scorso anno una quantità incredibilmente sostanziosa di acqua si è abbattuta sul Gargano, in Puglia, per cinque lunghissimi giorni.
Il meteorologo di 3bmeteo.com ha stimato che, in quell’occasione, sono caduti circa 500 mm di pioggia, ovvero quanto mediamente cade in un anno.
Ovunque si sono registrati canali e torrenti esondati, frane e smottamenti, persone isolate in case di paese o in campagna soccorse e salvate tra mille difficoltà, anche con l’impiego di battelli. Un migliaio di turisti sono stati soccorsi, decine di camper e roulotte sono finiti in mare, undici strade provinciali interrotte e migliaia di persone sono rimaste senza energia elettrica e gas.

L’acqua accumulatasi sulle cime delle montagne del Gargano si è mescolata alla terra, scendendo a valle, trasformandosi in un fango che ha distrutto qualsiasi cosa si sia trovato sul suo cammino.
I danni si sono attestati su diversi milioni di euro, mentre si sono contati almeno un morto e diversi dispersi.

L’Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili), architetti, geologi e Legambiente hanno chiesto a gran voce un piano di prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico. E hanno affermato che

il reperimento delle risorse è un punto fondamentale ma [inlinetweet prefix=”” tweeter=”” suffix=”null”]è anche importante mettere in atto un’efficace politica di prevenzione e difesa del suolo[/inlinetweet], che non si limiti a interventi puntuali di messa in sicurezza ma che ragioni a scala di bacino idrografico puntando alla riqualificazione e alla rinaturalizzazione dei corsi d’acqua e del territorio. Territorio diventato oggi sempre più vulnerabile agli effetti dei cambiamenti climatici anche a causa di una cattiva gestione e di un’intensa urbanizzazione molto spesso abusiva che ha coinvolto anche le aree a maggior rischio, come hanno dimostrato anche i tragici eventi di questi giorni. La cabina di regia nazionale dovrà quindi garantire che gli interventi siano ispirati a un modello di efficacia ambientale ed economica e trasparenza delle procedure”.

 

Il WWF ha affermato che quello del Gargano non era affatto un evento eccezionale, ma un disastro annunciato. Per esempio “nel caso della bomba di acqua e fango che ha distrutto la baia di Peschici, nella zona del porto e dove insistono numerosi camping e lidi, le responsabilità umane sono evidenti. Lo sbocco del torrente che ha invaso la distesa era stato, infatti, letteralmente sbarrato da cemento e asfalto. Dalle foto aree antecedenti il disastro si vedono addirittura macchine parcheggiate sulla foce. Il torrente in questione, sotto il paese di Peschici, raccoglie anche le acque dell’ampia piana di Calena e non ha altro sfocio”.

Il WWF Foggia ha inoltre evidenziato un altro aspetto che ha dell’incredibile

La presenza di strutture e fabbricati praticamente a ridosso dello stesso corso d’acqua ostruito al termine. Ci sono luoghi nel Gargano dove ad enfatici pronunciamenti degli amministratori in favore del paesaggio, spesso corrisponde da parte degli stessi il silenzioso avallo di qualsiasi iniziativa di edificazione, in nome di un malinteso sviluppo del territorio. Ad esempio, proprio il Comune di Peschici, spesso, in passato, è stato al centro di aspre polemiche con le associazioni ambientaliste, a causa degli interventi speculativi, autorizzati e non, che si sono susseguiti in un inarrestabile assalto a un territorio già troppo eroso dalla febbre edilizia indotta da una concezione becera e miope del turismo. Proprio a Peschici negli ultimi anni sono proliferate strutture turistiche autorizzate in vari modi, legge 3 e riqualificazione dei campeggi, dove sono state realizzate centinaia di villette praticamente sulla battigia, definite eufemisticamente bungalow”.

 

Altra situazione paradossale la si ha sul canale Ulse, costruito dal Consorzio di Bonifica del Gargano nel territorio di Peschici, già straripato in passato. Infatti, il WWF denuncia che lungo il costone del canale è sorto un intero quartiere rurale di dubbia legittimità.

Ma tutta la situazione del Gargano è preoccupante. Il WWF denuncia che “alle cementificazioni più spregiudicate e aggressive, come le lottizzazioni e i centri alberghieri sulla costa, vanno ad affiancarsi gli innumerevoli abusi edilizi di piccola e media entità, spesso in aree boscate o su suolo comunale, non meno deleteri proprio perché, per la loro natura puntiforme e diffusa, più facilmente sfuggono al controllo, ammesso che qualcuno intenda ancora esercitarlo”.

Alluvione di Messina del 2009

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Il Prof. Franco Ortolani, geologo, in questo articolo fa un’ottima ed esauriente spiegazione circa le cause che hanno provocato l’alluvione di Messina del 2009.
Cerchiamo di riassumere. Il Prof. Ortolani ci informa che nel pomeriggio del 1° ottobre 2009 nell’area a sud di Messina, in una zona di circa 50 km quadrati, sono caduti oltre 200 mm di pioggia, nell’arco di tre ore. Si ipotizza che addirittura ne siano caduti dai 300 ai 350 mm. Lo classifica come evento significativo ma non eccezionale.

Nel 2007 fu registrato un evento simile ma, nonostante i seri impatti sulla superficie, come colate rapide di fango e detriti, non fu mai attivato un necessario monitoraggio delle precipitazioni in tempo reale, né piani atti a limitare i danni ai cittadini.
L’acqua caduta al suolo in parte raggiunse le fiumare, venendo smaltita in mare; lungo i versanti in parte si infiltrò nel suolo; nelle zone pianeggianti si infiltrò in parte, alimentando la falda.

Questa pioggia incessante ha esaltato le condizioni precarie delle coltri superficiali che ricoprono i versanti ripidi che sono impostati su rocce metamorfiche, innescando numerosi dissesti che hanno colpito anche zone urbanizzate e popolate.

In queste occasioni la natura “punisce” gli interventi di abusivismo ambientale, ovvero l’occupazione di territori in aree di pertinenza dei fenomeni geologici.

I danni più diffusi sono da attribuire alle colate rapide di fango innescatesi, che sono state molto simili a quelle che nel maggio del 1998 devastarono il sarnese in Campania, provocando 130 vittime.
I dissesti sono iniziati nella parte alta del versante in seguito al distacco di pochi metri cubi di terreno, molto imbibiti di acqua, che si sono liquefatti trasformandosi in un fluido che, scorrendo lungo il sottostante versante, ha coinvolti volumi via via crescenti di terreno.
In totale, il volume stimato di queste colate di fango si attesta tra i 60.000 e 80.000 metri cubi, inglobando vegetazione, muri a secco e blocchi di roccia, acquisendo un potere distruttivo elevato.

Frana di Maierato del 2010

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Immagine da meteoweb

 

Il 15 febbraio del 2010 una frana di enorme proporzioni ha interessato il comune di Maierato (VV), causando l’evacuazione di oltre 2.300 persone, oltre a ingenti danni economici.
Nei 20 giorni precedenti l’evento, la zona è stata interessata da forti precipitazioni piovose, che seguivano un lungo periodo di 4-5 mesi di altri fenomeni piovosi, pari al 150% delle precipitazioni medie del periodo.

Tutto ciò ha innescato la frana, la cui rottura si è sviluppata all’interno delle arenarie mioceniche, da una profondità di 60-70 m.
La causa principale del dissesto è da addebitare alla naturale debolezza geologica del territorio, caratterizzato dalla presenza di rocce deboli sia per litologia che per fratturazione.
Il movimento si è innescato a causa dell’intensa circolazione idrica che si è localizzata, in seguito alle incessanti piogge, sia in corrispondenza del contatto tra calcari (molto permeabili) sopra e argille mioceniche (impermeabili) sotto che all’interno delle arenarie sottostanti.
Esiste un video che riprende la frana in diretta. Si tratta di un video spettacolare e drammatico che mostra in toto la reale forza distruttiva di questi eventi naturali.

Prevenzione del dissesto idrogeologico in Italia

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Ogni anno, ormai, all’arrivo delle prime piogge si innesta la polemica sul dissesto idrogeologico in Italia.
Prevenire il dissesto idrogeologico è possibile, e ci sono varie iniziative e interventi che possono contrastare in maniera efficace queste tragedie. Ciò che manca è la volontà politica, in quanto vige ancora la logica dell’emergenza e delle soluzioni tampone.

Secondo il WWF bisogna puntare su soluzioni efficaci, strutturali e definitive.
In particolare, il WWF stila cinque punti fondamentali su cui intervenire, ovvero:
istituire le Autorità di distretto, come previsto dalle direttive europee, affidando loro il coordinamento delle misure e degli interventi per difendere i terreni e le acque della zona;
– in secondo luogo, per redigere programmi adeguati per la difesa, la gestione e la manutenzione del suolo sarebbe opportuno riferirsi al bacino idrografico e non ai confini amministrativi regionali, come avviene oggi;
– è necessario recuperare i finanziamenti per la difesa del suolo che sono stati drasticamente tagliati;
garantire una progettazione multidisciplinare. Per pianificare e difendere il territorio è necessario mettere in campo competenze diverse, che vanno dalla idrogeologia all’ecologia, passando per le scienze forestali;
– il quinto punto della ricetta del WWF riguarda l’avviamento di un’azione diffusa per rilanciare il territorio, che prevede il ripristino di piante e arbusti in grado di impedire le frane e le valanghe

Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio Nazionale Geologi, ha specificato gli aspetti critici in materia per la penisola italiana.

Nel nostro Paese bisogna ridurre il rischio idraulico e geomorfologico migliorare la qualità delle acque, rinaturalizzare le sponde dei fiumi e curare la manutenzione del territorio. Quanto sta accadendo in queste ore in Italia dimostra che le cause del dissesto idrogeologico non risiedono soltanto nei cambiamenti climatici ma soprattutto nello stato di grave malattia in cui versa il territorio italiano, che in dispregio alla sua straordinaria bellezza, stiamo lasciando morire per incuria, senza neanche tentarne la cura

 

LEGGI ANCHE: Rischio idrogeologico, l’Italia che frana [PARTE 1]

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