Le librerie dopo i libri

scaffali federico bo

Leggo sul sito de “La Stampa” di un ebook appena uscito, “I social salveranno la libreria?”, scritto da Elisa Molinari per l’Associazione Italiana Editori (per inciso, canali social inesistenti e sito non all’altezza, a differenza di quello dell’iniziativa #ioleggoperché). Qualche mese fa, sul mio blog, avevo scritto anch’io sul tema. Ripropongo qui il post, come contributo alla discussione.

Chiuso per Kindle” è un libro che, a giudicare da una recensione che ho letto (aspetterò la versione ebook per comprarlo…), prefigura un triste futuro per le librerie, annullate dal digitale, sopraffatte dalle logiche di marketing dei grandi editori, svuotate dalla disaffezione alla classica lettura “sequenziale”.

Sono un bibliofilo per vocazione e ispirazione famigliare, amo l’oggetto libro ma non sono contagiato dalla retorica sulla sua scomparsa: penso che la cosa migliore di un libro – di solito – sia il suo contenuto ed è questo, anche digitalizzato e letto su un device, che deve riuscire a provocarci curiosità, interesse, emozioni, passioni.

Una cosa è certa. [inlinetweet prefix=”null” tweeter=”null” suffix=”null”]La trasformazione, la rivoluzione in atto in tutti i settori non poteva non colpire l’industria editoriale [/inlinetweet]dopo aver travolto quella musicale e, un attimo dopo, quella cinematografica e in genere audiovisiva.

Quali sono state le ripercussioni principali sui canali di vendita e fruizione di musica e film? I negozi di dischi si sono liquefatti insieme al contenuto che offrivano, resistendo come luoghi per adepti e nostalgici di supporti ormai secolari come il vinile. I concerti, viceversa, godono ottima salute e anzi rappresentano ormai la principale fonte di reddito per artisti e hanno costretto le case discografiche a cambiare ruolo e modello di business.

Anche le videoteche hanno dovuto soccombere ai nuovi modelli di distribuzione online e “on demand” e le sale cinematografiche stanno combattendo una dura battaglia per reinventarsi, sia tecnologicamente che come luogo eletto per la fruizione dell’ “oggetto film”.

Ridefinire il “modello d’azienda” e il luogo, lo spazio dedicato in cui musica, film (e non solo), libri vengono scelti, acquistati, consumati rappresenta una sfida che ha diversi punti in comune tra i vari settori cui ho accennato.

Limitandomi per ora alle librerie (alle “indie bookshops” in particolare), ho fatto qualche rapida ricerca per capire quali sono le sperimentazioni e i nuovi modelli che in giro per il mondo vengono proposti e /o testati ai lettori di nuova e vecchia generazione. Ne ha parlato qualche mese fa su “La Stampa”anche Giuseppe Granieri in un post con diverse fonti interessanti. Proviamo a riepilogare brevemente.

Le librerie non devono vendere più solo libri, ma se stesse

Per combattere l’abbassamento dei profitti derivanti dalla sola vendita dei libri le librerie, anche piccole, devono diventare spazi ibridi e multifunzionali. Il fenomeno già sta avvenendo, con la creazione di locali “coffe&book” (i caffè letterari, naturalmente), “wine&book”, “food&book” ecc. e con l’organizzazione di mini-eventi (non solo presentazioni, magari con vendita di copie firmate di libri ma degustazioni a tema, proiezioni, mostre, sessioni di lettura condivisa, corsi di scrittura ecc.). Inoltre la libreria può collaborare o farsi promotrice di festival ed eventi nel quartiere o nella città, insieme ad associazioni ed enti locali. Per una volta un ottimo esempio viene dalla mia cittadina, Formia, dove Enza e Riccardo Campino della libreria Tuttolibri organizzano da anni “Libri sulla cresta dell’onda” seguitissimi incontri con autori e altri eventi in tutto il golfo di Gaeta (sono citati anche in questo interessante “Rapporto sulla promozione della lettura in Italia” (pdf) curato dall’Associazione Forum del libro su incarico del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri,).

Librerie specializzate e servizi associati

Per esempio, una libreria dedicata a i viaggi con annessa agenzia di viaggi o dedicata ai ragazzi (un settore di mercato che risente meno della crisi dell’editoria) con servizi di animazione e corsi di teatro.

Riscoprire il ruolo di “community centers”, spazi in cui la comunità del quartiere e le comunità di interessi si ritrovano (ne parla anche Antonio Pavolini)

Le “communities” non sono state inventate dal Web; coltivare una o più comunità attorno alla libreria, sfruttando un modello ibrido online/offline recupera una delle ragion d’essere delle librerie indipendenti. Associando saggiamente i mini-eventi descritti prima, comunicazione e promozione sui canali social e sul territorio e una capacità di “community management” si può arrivare a risultati interessanti

Adottare strategie e modelli di business per la vendita di ebook

Far convivere libri stampati e file digitali immateriali non è semplice. Ancor più proiettarsi verso un futuro di librerie senza libri. Ma diversi esperimenti si stanno facendo, tra le altre cose anche per evitare lo showrooming sterile (per le librerie offline). Grandi catene come Ibs propongono al libraio percentuali sia sugli ereader venduti che sulle copie acquistate con quel device; anche Amazon con il progetto “Source” offre soluzioni simili (ma per le librerie indipendenti è un po’ come un patto con il diavolo…). La Zanichelli a Bologna propone il download di testi scolastici, permettendo così ai ragazzi anche il pagamento in contanti.

Ai clienti che hanno una tessera/abbonamento si potrebbe offrire un servizio di selezione di ebook gratuiti o DRM-free.

Un sistema (software, apps magari open source) che leghi direttamente case editrici e librai per permettere di far guadagnare quest’ultimi con percentuale sulle vendite dei propri ebook potrebbe essere una soluzione più accettabile per mantenere l’indipendenza della libreria. Anche qui qualcosa si sta muovendo, per esempio il progetto “PhysiDigi”.

Io immagino anche spazi – non necessariamente grandi – appositamente attrezzati, molto “cool“, studiati con cura in cui grandi e piccoli touch-screens dotati di un’interfaccia accattivante e “user-friendly” consentano al cliente di ricercare e sfogliare per intero tutti i testi, sia da soli che con l’aiuto del “consulente libraio”. Scelti i testi si acquistano in loco con modalità one-step (ok, alla Amazon…), e li si ritrova subito sui propri devices, o su quelli degli amici e famigliari a cui si vuole fare un regalo.

Adottare (anche) il modello “print on demand”

La possibilità di far stampare solo su richiesta i libri è una possibilità che diverse librerie (ma soprattutto biblioteche) in giro per il mondo stanno sperimentando da anni. Una delle macchine più utilizzate è la Espresso Book Machine. Sfortunatamente l’altissimo costo di acquisto (sui 185.000 $) o anche di solo noleggio limita di molto la possibilità di scegliere quest’opzione. Anche se sembra che in Cina stiano andando forte.

Unire le forze con piattaforme di crowdfunding, di self publishing e con social network tematici

Una strategia da sperimentare può essere l’accordo di una rete di librerie indipendenti con piattaforme di crowdfunding (la neonata Bookabook ma anche Produzioni dal Basso, per esempio) per far sostenere insieme ai propri clienti e frequentatori progetti interessanti, “sponsorizzandone” alcuni (magari in cambio di una percentuale), ospitando incontri di fundraising nei propri locali. Far emergere i titoli di qualità dalle (tante) piattaforme di self publishing potrebbe essere un’altra possibilità da esplorare. E anche social network come aNobii (appena acquistata da Mondadori) o i tanti gruppi Facebook dedicati ai libri possono ispirare forme di interazione profittevoli (in maniera diretta o indiretta) per una libreria.

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