🧙‍♀️’A muscetone, storia di una vera medium e di un vero tesoro

🧙‍♀️’A muscetone, storia di una vera medium e di un vero tesoro

Questa volta voglio riprendere il ricordo dell’incontro con una vera medium capace di far parlare i defunti.

Mio padre era sarto, un mestiere magico. Lui era capace di trasformare una pezza di stoffa in qualsiasi indumento. Lo rivedo riportare le misure sul suo registro: larghezza delle spalle, lunghezza dal bacino al cavallo, larghezza del torace, ecc. Poi concordava il modello da realizzare rilevandolo dalla raccolta delle foto di riviste specializzate. Giacca a un petto o a doppio petto, spacchetto dietro singolo o doppio, bavero largo, stretto; e così via.

Si cominciava inserendo una tela umida nella pezza di stoffa, questo passaggio, dopo l’asciugatura, consentiva di evitare il restringimento dell’abito dopo i lavaggi ai quali sarebbe stato sottoposto.

Non era l’unico sarto nel paese, vi erano soprattutto i fratelli Anglose che avevano una bottega con numerosi lavoranti e apprendisti e talvolta si realizzavano delle vere e proprie collaborazioni fra le due botteghe. Mio padre era un bravo “tagliatore”: bisognava riprodurre dai cartamodelli le parti dell’abito evitando sprechi di stoffa e in maniera da consentire che in fase di cucitura le stesse parti potessero combaciare perfettamente secondo i disegni e le fantasie presenti (pensate ad esempio ad un gessato o un principe di Galles). Per cui a lui affidavano il taglio e in cambio gli permettevano di utilizzare le loro macchine elettriche. Una sorta di catena di montaggio in piccolo.

La questua per il pagamento degli abiti

La parte più difficile e fastidiosa di questo lavoro era quella di riuscire a farsi pagare alla consegna il prezzo pattuito. Molti clienti richiedevano un abito nuovo costretti dagli eventi più disparati come cerimonie religiose; fosse dipeso da loro avrebbero rinviato volentieri la commissione. Quando di trattava di pagare, mille argomenti venivano frapposti (la cattiva stagione, le avversità atmosferiche, il funerale di un parente e così via), per rateizzarlo o per rinviarlo.

A me toccava la rituale questua da questo o quel cliente per reclamare il dovuto. Spesso mi accompagnava mia sorella in questo ingrato compito, ma lei si limitava ad accompagnarmi per strada e rimaneva sempre fuori dall’uscio di casa. Il rituale era sempre lo stesso.

Buongiorno, sono il figlio del sarto – mi presentavo – ha detto mamma mi puoi dare “quel servizio”? (Mamma ci aveva insegnato che sarebbe stato sconveniente reclamare il dovuto in maniera più diretta)

“Quale sarto?” – era solitamente la risposta

“Il sordomuto” – mio padre lo era

“Meh! Cosa vuole, allora?”

“Mamma ha detto che devi pagare ancora 2.000 lire”.

“Eeeh! Digli a tua madre che poi passo io”.

“Ha detto mamma… Se mi dai almeno un acconto, oggi”.

“Chè tua madre non può mangiare oggi?”

“Ha detto mamma che il vestito te lo ha consegnato quasi un anno fa e che fra poco dovrai farne un altro, perché non mi paghi ancora?”

Un giorno ebbi  l’incarico di tornare a reclamare un credito da Santina  “’a muscetone (la sporcacciona). Ero terrorizzato. Questa volta  dovevo andare da solo, mia sorella era riuscita a defilarsi con la scusa che doveva andare a studiare da un’amica. La volta precedente ero andato con lei ma nessuno di noi due sapeva esattamente dove abitasse Santina. Nessuno la chiamava con quel nome, tutti la conoscevano come ‘a muscetone. Mia sorella, come al solito, mi mandò avanti per chiedere informazioni

“Vai a bussare a quella porta” – disse – “e chiedi se sanno dove abita”.

Così feci e dopo aver bussato

“Sapete dove abita ‘a muscetone?”

“Disgraziato! Te la do io ‘a muscetone!”

Era lei! Cominciò a rincorrermi con la mazza della scopa stretta in mano, dopo averla arraffata dal ripostiglio dietro la porta. Mentre me la davo a gambe vedevo mia sorella che, con aria indifferente, faceva finta di percorrere quella via con altra destinazione.

Ero terrorizzato, forse non mi avrebbe riconosciuto questa volta perché nell’occasione precedente non mi aveva dato neppure il tempo di presentarmi. Non era solo la figuraccia a preoccuparmi: temevo anche di dover incontrare il marito. Era questo un pacifico pastore alto forse due metri ma magro da mostrare tutte le ossa. Si era sottoposto ad un intervento che gli aveva rimosso quasi del tutto lo stomaco e il dimagrimento repentino aveva richiesto il confezionamento di un nuovo abito della domenica. Mio padre gli aveva anche adattato i vecchi abiti. Avrebbe pagato quando avesse venduto la lana delle sue pecore. Di tanto in tanto ci regalava una forma di formaggio per ripagarci del ritardo nel pagamento. Il viso, più simile ad un teschio, posto tanto in alto su quel corpo leggermente incurvato, con braccia lunghissime e mani enormi e nodose, mi metteva paura; aveva sempre un tozzo di pane in tasca che rosicchiava di tanto in tanto: i medici – ci raccontava – si erano raccomandati affinché mangiasse poco e spesso.

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La medium

Si diceva in giro che Santina parlasse con i morti e questa circostanza mi incuteva ulteriori timori.

Mi incamminai per via Giacinti,  dove abitavo, per svoltare in via Salento, pochi isolati per arrivare all’incrocio di via Cerere, dove abitava ‘a muscetone. Si sentiva uno strano brusio, una specie di lamento corale e vidi un capannello di donne proprio verso il mio obiettivo. Alzai il passo, era proprio lì, presso la casa di Santina che si accalcava quella gente. Mi infilai tra le gonne nere e sentii una vecchia che diceva:

“Ma chi è? La figlia di Peppino ‘u Guercio?”

“Si! Si! È proprio lei”.

“Che fa?” – Riprese un’altra vecchia

Io nel frattempo ero riuscito ad intrufolarmi in mezzo alle gambe di un omone che impediva al crocicchio di donne di superare l’uscio.  Alzai lo sguardo e vidi due braccia lunghissime in croce con due mani enormi che restavano saldamente afferrare agli stipiti della porta e sopra… il teschio che tanto temevo (era il marito di Santina).

Era la posizione ideale però per vedere quello che succedeva. La scena era spaventosa. Santina era seduta in abbandono su una sedia mezza sgangherata tutta vestita di nero, con le gambe distese coperte da un paio di calze anch’esse nere fermate da elastici sotto il ginocchio. Le vedevo le cosce con macchie marmorizzate per l’esposizione al braciere che aveva davanti. Più su un indumento bianco giallastro, forse le mutande. Aveva la testa riversa indietro e gli occhi bianchi.

Alle sue spalle enormi sacchi di iuta accatastati uno sull’altro fino al soffitto legati con lo spago.

“Cazzo quella è la lana… non l’ha ancora venduta” – dissi fra me e me.

Di fronte a Santina stava seduta una donna giovane vestita tutta di nero, anche il fazzoletto che aveva in testa era nero. Si intravedevano i capelli corvini che le uscivano fuori dal foulard. Doveva essere la figlia del Guercio.

Questi era un sensale morto qualche settimana prima. Si occupava del commercio di ogni genere di bene. Terreni, case, mandorle, olive, vino, olio per essere venduti passavano dalle sue mani. Si era arricchito con questa attività.  Si vociferava che, sotto il palazzotto nel quale abitava, mentre scavava le fondamenta, avesse trovato un tesoro d’oro con armature spagnole e monete d’oro. Ma credo che la voce l’avesse messa in giro lui stesso per giustificare la ricchezza accumulata. Doveva il suo soprannome ad uno sfregio che gli attraversava il viso e che gli aveva fatto perdere anche l’occhio sinistro. Una tramoggia per accumulare il grano in un silos di sua proprietà si era rotta e la trave che la sorreggeva lo aveva colpito in pieno volto lasciandolo quasi morto. Il dottor Turitto era riuscito a ricucirgli il viso e a fermare l’emorragia, ma l’occhio era perso.

“Che vuole da Santina” – ricominciò il vociare

“‘u Guercio è morto senza rivelare il nascondiglio del tesoro” – disse una vecchia

“Sì, ha messo sotto sopra tutto il Palazzo, povera figlia” – fece presente un’altra

“E mo’ non le rimane che chiedere aiuto a Santina”.

Il rituale delle domande della donna a lutto proseguiva, Santina non dava segni di vita, ma nessuno sembrava preoccuparsene. Poi, all’improvviso sobbalzò sulla sedia, le calò  della bava bianca dalla bocca, come quando noi bambini mangiavamo la magnesia, e pronunciò frasi sconnesse. Il brusio aumentò:

“Che ha detto – che ha detto?”

“Zitte, zitte, sentiamo”

E  si fece silenzio, un silenzio assoluto tranne che per i pipistrelli che squittivano volteggiando per la strada. Allora la donna a lutto riprese:

“Papà come stai? Dimmi… ti serve qualcosa?”

Si sentì un suono spaventoso, gutturale che usciva chiaramente dalla bocca di Santina:

“Tengo freddo Chiarina, tengo freddo” – disse in un dialetto stretto

“Che ti posso fare, papà?” Gli chiese

“E che mi puoi fare, ormai, figlia mia” –  proferì Santina

“Papà, te ne sei andato all’improvviso senza dirmi niente. Chi mi aiuta adesso?”

Santina ogni tanto gorgogliava pronunciando parole incomprensibili. Poi esclamò:

“Portami il cappotto di cammello… dallo a Cenzino che me lo porta lui”.

Nuovamente il brusio riprese.

“Cenzino? Chi è Cenzino?” – si chiedevano le donne.

Poi Santina ricominciò:

“Figlia mia non ti può aiutare nessuno. …. Aiutati da sola…. Ascoltami … solo una cosa posso dirti non lasciare in abbandono il mio basilico… annaffialo sempre… il mio basilico”.

Con queste parole Santina lanciò un urlo da soprano, si drizzò sulla sedia  e disse al marito di chiudere “quella cazzo di porta”. Le vecchie sciolsero il capannello e io ritenni che non fosse il momento per richiedere “quel servizio”.  Me ne tornai a casa infreddolito dai brividi che mi correvano lungo la schiena aggrappato alle gonne delle vecchie che andavano verso casa mia.

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Il tesoro

“Chi è sta creatura?”

“Mi pare il figlio di Lucietta e del muto”

“Beh accompagnamolo dalla madre”.

Non vi racconto come passai la notte, nel lettone grande, vicino all’impasto del pane che mamma aveva messo a lievitare sotto le coperte.

Il giorno dopo non si parlava d’altro, nella notte era morto Cenzino A. Era il facchino dei depositi di grano del Guercio. Chiarina si recò quel giorno per il cordoglio e portò con sé il cappotto di pelo di cammello, pregando i familiari di Cenzino di sistemarlo nella sua bara.

Quando tornò a casa pensò di sistemare il grande vaso di basilico dal lato in ombra, al centro del cortile dove avrebbe potuto godere del sole più a lungo. Con suo stupore vide sotto il vaso una piccola botola che custodiva i segreti e i tesori del Guercio.

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