👻 ‘U munachicchie (Il monachiccio) – Un racconto tra realtà e leggenda

Questo racconto è frutto dell’immaginazione e della vita vissuta di Salvatore D’Acquisto

La mia fantasia, alimentata dalle favole e dai fatti raccontati soprattutto da mio nonno e da mia madre, era affollata da personaggi irreali, maligni e benigni che, talvolta, anche mia sorella, più grande di me di qualche anno, contribuiva a ingigantire.

Abitavamo in una casa situata al piano stradale, in via Giacinti. All’ingresso mio padre aveva la sua sartoria e dietro una tela, che faceva da divisorio, avevamo la nostra cucina, la sala da pranzo e il grande focolare. In un piccolo sgabuzzino c’era il bagno con un cantero ed una vasca di lamiera appesa al soffitto che si utilizzava tanto per il bucato, quanto per il bagno. L’acqua era depositata dentro una grossa giara in un altro sgabuzzino dove c’erano anche le conserve, le farina e altre derrate. Ci approvvigionavamo di acqua con piccole giare di terracotta o di lamiera dalla vicina fontana pubblica. Dietro un muretto divisorio la stanza da letto, anche questa divisa in due da una tenda appesa al soffitto. In definitiva un lungo “lamione” suddiviso alla meno peggio negli ambienti descritti.

I precedenti occupanti dell’ “appartamento” avevano anche lo spazio per un mulo, per una stia di galline e una di conigli.

Credits: Ginosa da Vivere

Di fronte alla nostra casa abitava una famiglia di pastori. Giocavo ogni giorno con il loro  figlio piccolo, mio coetaneo; gli altri due figli, più grandi,  aiutavano il padre con il gregge. La sera tornavano stanchi e non li si vedeva mai in strada, come tutti gli abitanti del vicinato. Partivano prima dell’alba per raggiungere il gregge nell’ovile nella gravina sotto il castello. Tra pascolo, mungitura, accensione del fuoco per la cagliata del latte, pulitura delle pezze di formaggio, ricovero degli animali, rasatura della lana e talvolta anche l’assistenza ai parti, le 24 ore di una giornata erano di certo insufficienti per loro! Per cui quando individuarono un’abitazione proprio sotto il castello, a 100 metri dall’ovile, decisero di trasferirsi e lasciare libera la casa di via Giacinti di fronte alla nostra.

Una casa nuova

Mia madre si affrettò a chiederla in locazione, sapendo che era più ampia, infatti oltre al “lamione” aveva anche una stanza sul fondo che poteva essere destinata a noi bambini. Certo, bisognava ripulire tutto perché lì, sul pavimento, c’erano le incrostazioni dello sterco delle bestie che il pastore teneva in casa quando queste si ammalavano. La puzza del latte cagliato, della ricotta acida e del formaggio aveva impregnato anche i muri. Mia madre fece un accordo con il proprietario: non avrebbe pagato il fitto del primo anno per compensare le spese di bonifica. Tutti ci mettemmo  al lavoro. Io, ancora piccolo, dovetti trasportare più acqua del solito con la mia giaretta, insieme a mia sorella che ne utilizzava una più grande. Mia madre e una mia zia lavarono i pavimenti di argilla cotta e i muri con sapone di Marsiglia e candeggina; mio padre e due suoi amici con calce e pennelli ridipinsero tre volte tutte le pareti. L’ingresso fu lasciato aperto per una settimana; infine, ci trasferimmo con tutte le nostre suppellettili. L’odore di latte rancido non era del tutto sconfitto e si avvertiva soprattutto all’ingresso, sull’uscio; poi all’interno l’odore fresco di calce predominava nell’ambiente.

I primi giorni passarono tranquilli e noi tutti cercavamo di adattarci ai nuovi ambienti più spaziosi. Tuttavia mia madre non si rassegnava all’odore dell’ingresso e cercava in ogni modo di eliminarlo. Si provò l’aceto, il bicarbonato, la candeggina; qualcuno suggerì che poteva trattarsi del legno degli stipiti della porta di ingresso e allora fu la volta dell’olio rosso e dell’olio di lino. Tutto fu inutile e i vari odori dei prodotti utilizzati si aggiungevano all’odore di rancido che non migliorava.

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Il monachicchio

Poi, mia sorella cominciò con le sue storie sul monachicchio. Era arrivata a convincersi che questa casa era prediletta e visitata da questo personaggio di notte. Me ne parlava, asserendo di essere assolutamente certa della sua presenza.

“L’altra notte sono quasi riuscita a strappargli il cappello” – raccontava.

Mi spiegò che questa specie di folletti vivono solitamente nei boschi. Si divertono a fare scherzi alle persone durante il sonno. C’è chi si è svegliata con i capelli annodati alla testiera del letto; qualcuno raccontava di aver trovato la bacinella con l’acqua per lavarsi rovesciata sul materasso, che era rimasto zuppo fradicio per tutta la notte; altri si erano trovati a dormire per terra; ognuno spergiurava di aver sempre intravisto nubi e fumi nel sonno, omini piccoli con orecchie a punta, una lunga barbetta e una papalina rossa in testa.

“Loro vivono di scherzi e per scherzo rubano tutti gli oggetti d’oro e le pietre preziose che riescono a trovare”  – mi raccontava mia sorella  – “e nascondono i loro tesori nei loro rifugi segreti. Eh, ma io conosco il loro punto debole! Il monachicchio è gelosissimo del suo cappello, ma se si riesce a strapparglielo, lui è disposto a tutto pur di riaverlo. E allora se glielo riesco a prendere mi faccio rivelare il nascondiglio del suo tesoro”.

Naturalmente, io, pur avendo  tre anni di meno, non ritenevo  oro colato tutto quello che mia sorella mi raccontava, svolgevo sempre le mie indagini approfonditamente.

“Mamma, chi è il monachicchio?”
“Quello che ti ha portato le 10 lire sotto il cuscino quando hai perso il dente… non te lo ricordi?”
“Ma… i monachicchi non sono cattivi, dispettosi e ladri?”
“Con i bambini sono sempre buoni, forse con i grandi sono un po’ dispettosi ma con i bambini sono molto generosi e buoni”.
“Maria dice che sono pure ladri e che nascondono nelle tane i sacchi con quello che rubano”.
“A noi non hanno niente da rubare… stai tranquillo… uno di loro verrà quando perderai un altro dente”.

Una notte un gran trambusto; mia sorella gridava:

“Acchiappa! Acchiappa! Prendetegli il cappello!”

Mia madre accese l’abat-jour sul comodino e si precipitò a vedere cosa fosse  successo. Io impaurito da quelle grida, che mi avevano svegliato di soprassalto, corsi ad infilarmi nel lettone con mio padre che mi guardava con aria interrogativa. Lui, sordomuto, voleva sapere ed io mi limitati a scrollare le spalle. Fu mia madre a spiegargli che mia sorella aveva le traveggole e qualche rotella fuori posto. Ma lei aveva capito tutto, come sempre. Il giorno dopo andò prima a trovare il proprietario della nostra casa, poi passò da “Mest Mimine” (maestro Cosimo) e concordò un suo sopralluogo nella nostra casa.

Quando arrivò visitò tutta la casa: guardava sotto i letti, dietro gli armadi, sotto la cassa del pane. Io lo vedevo come fosse un pellerossa in uno dei film western. Se c’è o è passato lui lo trova – dicevo fra me e me – ha fatto bene mamma a chiamarlo.

Poi il mio indiano si fermò ad osservare il grande camino nei pressi dell’entrata e sentenziò:

“Luciè (Lucietta), vengono da qui!”

Fissava mia madre che era rimasta impietrita da quanto aveva appena affermato. Mentre io ero felice: avevamo messo in trappola quel piccolo ladruncolo. Strappargli il cappello sarebbe stato un gioco da ragazzi.

“Che dobbiamo fare?” – disse mia madre, operativa.
“Luciè qua bisogna portare fuori tutto e tenere la casa vuota: se si infilano in qualche mobile non ce ne liberiamo più”.

Ha ragione pensavo, magari con un lenzuolo… glielo buttiamo addosso e lo catturiamo… con la casa vuota non lo perderemo di vista.

Sì concordò l’intervento per il giorno successivo. Mia madre, quella sera, con l’avvocato Valerio andò di nuovo dal proprietario.

La notte trascorse tranquilla, per me. Gli altri in casa furono affaccendati tutta la notte in preparativi intensi: svuotarono nuovamente la credenza, la cassa, le mensole e misero tutto nei cartoni. Tirarono fuori le valigie con i corredi invernali che erano sotto i letti e imballarono i materassi. Trasferirono tutto in prossimità dell’entrata. Io dormivo beatamente quando fui svegliato da mia sorella che con l’aiuto di mio padre doveva spostare il mio letto verso il resto dei mobili. Tutto fu accatastato all’esterno, a ridosso delle mura della casa, lasciando lo spazio sulla strada per consentire il passaggio dei “traìni”.  Alle sei del mattino la casa era svuotata e Mest Mimino con un suo operaio entrò per scovare ‘u munachicchie.

A quell’ora passava anche Angela Rosa con la sua trombettina ad avvisare le donne che il forno comune era stato acceso e che potevano preparare le forme di pane. Più tardi, per chi lo avesse richiesto, lei stessa sarebbe ripassata a ritirare le tavole di legno con le forme di impasto per il pane per trasferirle al fornaio. Ognuna delle donne contrassegnava le proprie forme con simboli, lettere, iniziali affinché anche il fornaio potesse individuarle dopo la cottura.

Mest Mimino armato di una piccozza e di una cazzuola si avvicinò allo stipite interno della porta d’ingresso, chiese all’operaio di tenere sotto la “calderina” e vibrò un colpo deciso con la piccozza sul muro tra lo stipite e il muretto del focolare. Il muro si sbriciolò e cominciò a cadere grano, biada, orzo e ogni tipo di cereale. Sembrava un silos del mulino. Io pensavo che era certamente una parte del tesoro nascosto, il meglio doveva ancora scoprirlo Mest Mimino.

Ad ogni colpo veniva giù un pezzo sottile di muro e tanti cereali. Inizialmente Mest Mimino sembrava che volesse seguire un preciso tracciato, poi cominciò a dare colpi in apparenza alla rinfusa, e giù materiali!  Era tutto intorno allo stipite: le cavità erano stipate di granaglie. Ma… e l’oro? Dove l’aveva nascosto  – mi chiedevo.

Ad un certo punto dopo aver assestato un colpo deciso ed energico alla parete esterna del focolare si sentì un rumore come di ciottoli che rovinano in terra dal suo vano interno.

“Scappa! Scappa!” – gridò Mest Mimino. Lasciò cadere per terra piccozza e cazzuola, afferrò per la collottola l’aiutante e si catapultò fuori di casa.

Dopo pochi istanti due bestie che sembravano gatti lo seguirono nella fuga che proseguì verso la fine della via, a zig-zag per evitare le persone che cercavano di bloccarle. Che fanno? Li fanno scappare! E i cappelli? – cominciai anch’io a rincorrere come faceva la maggior parte delle persone – i cappelli, i cappelli – pensai e tornai indietro, convinto che avessero dovuto abbandonarli.

Quando tornai indietro un esercito di topolini sfollava dalla casa con Mest Mimino che cercava di ammazzarne quanti più poteva con una pala che faceva parte del suo corredo.

Topi, questi erano i monachicchi che aveva visto mia sorella e due di loro così grossi da sembrare gatti. Il tesoro era il loro granaio esteso su tutta la parete esterna,  di tanto in tanto pezzi grossi di formaggio, forse ricotta acida, escrementi, paglia. Insomma un miscuglio che non riuscirei a descrivere.

Quella sera dormimmo a casa del nonno. Noi bambini,  su un materasso steso a terra; mia madre sulla cassa del pane e mio padre nel letto grande con il nonno. I mobili restarono  per strada e il giorno seguente, dopo una accurata ispezione, li portarono ad una nuova casa in via Tulipani al primo piano.

Seppi in seguito che quegli animali scappati via per primi si chiamavano zoccole.

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